|
Dorothy Allison TRASH
Trash è il primo libro di Dorothy Allison e risale al 1988, quattro anni prima del romanzo che la fece conoscere al pubblico americano, Bastard out of Carolina. Quella che pubblichiamo oggi è la versione riveduta e arricchita di Trash, apparsa negli USA nel 2002. Allison è autrice anche di un altro romanzo, Cavedweller, e di saggi (Skin, Two or Three Things I know for sure) e poesie (Women who hate me). Tradurre e pubblicare Trash è per me una gioia e un motivo d’orgoglio, nonchè la realizzazione di un desiderio covato per anni. Di Dorothy Allison ho già parlato a lungo nei miei saggi Orgoglio e Privilegio e Guerriere Ermafrodite Cortigiane (editi da Il Dito e La Luna rispettivamente nel 2003 e 2005). Tante altre cose sarebbero da dire, ovviamente, perchè Allison è una scrittrice di sostanza, in quello che ci racconta ci sono spessori di verità , di emozione, di scrittura che si prestano a letture approfondite e diverse. La stessa Allison ha premesso a questo libro ben due introduzioni, in cui chiarisce e spiega il suo rapporto con la scrittura e in particolare con la materia narrativa e i racconti che costituiscono questa raccolta. Particolarmente preziosa, per me, è la prefazione alla prima edizione, "Decidere di vivere", perchè lì si affronta scopertamente il nesso tra scrittura e vita, tra verità vissuta e verità narrativa, il percorso – accidentato, tortuoso e a volte impossibile – che conduce dalla complessità della vita alla complessità della scrittura, senza tradire nè l’una nè l’altra, o tradendole il meno possibile. Sì perchè Allison non pretende la perfezione, non vanta – pur riconoscendo il ruolo indispensabile del talento e del lavoro – il mestiere di scrittrice, cosa fondamentale e rinfrescante in questi tempi di effetti speciali anche nella scrittura. Per Allison, l’importante è la fedeltà e il coraggio; è osare la verità , sfidare le proprie paure, far udire la propria voce autentica. Come dice in Skin. Talking about sex, class and literature (Pelle. Parlando di sesso, classe e letteratura): "Credo nella verità come ci può credere solo una persona a cui è stato negato di servirsene. So che è potere. So che rappresenta una minaccia per un mondo costruito sulle menzogne." E ancora: "Credo che il segreto dello scrivere sia che la miglior fiction arriva fin dove arriva il coraggio dello scrittore, e non oltre. La miglior fiction viene dal luogo dove si nasconde il terrore, dall’orlo dei vostri peggiori incubi. […] Io non scrivo per gente perbene. Io non sono una persona perbene. Nè lo sono quelli di cui mi importa nella vita. La verità sulle nostre vite non è perbene...". Cosa ti aspetti da una scrittrice che ti fa queste dichiarazioni? Che le sue storie siano dure, toste, svergognate, scandalose – e lo sono. Che ti parli di violenza, droga, incesto, alcol, orrori, tradimenti e carognate varie. E c’è anche questo. Ma storie molto più dure e scandalose, di orrore e di squallore, se ne leggono così tante... incesti sul tram andando al lavoro, smembramenti la sera prima della camomilla… e poi si dorme in pace, per via di quel po’ di buonismo appiccicato nel finale del libro e soprattutto per quella strizzata d’occhio che dice al lettore: è un gioco, un’emozione a comando. Cosa differenzia Dorothy Allison dai tanti scrittori che affrontano materiali hard? Il fatto è che lei lo fa dal di dentro, con cognizione di causa. Con amore e passione e compassione per se stessa, per quelli di cui parla e per noi, smaliziati e assuefatti lettori. La differenza è il punto di vista. Quello di una vittima che si rifiuta di esserlo, per esempio. Di una ribelle che si assume intera la responsabilità della sua ribellione. Di una donna che non si ritiene al di sopra di quel che racconta. Che non separa, in modo menzognero, verità e linguaggio, corpo e parola, ma anzi cerca di mantenerli sempre uniti, per quanto è umanamente possibile. E per ciò stesso non è perbene, perchè vi racconta cose che possono turbarvi, farvi problema, cose che hanno un odore, un sapore e possono sporcare le mani. Perchè scrive col suo corpo, senza mai chiuderlo nell’armadio – come facciamo tutti quanti spessissimo. Il vero coming out di Allison è quello del corpo, è l’essere qui davanti a noi nella scrittura in ogni singola parola con la propria pelle, carne, sudore. Perfino i fantasmi delle amanti morte diventano pesanti di carne viva, come nel racconto Demon Lover. E il corpo, si sa, non è sempre bello, pulito, a posto. Come non lo è il sesso. Il desiderio. La fame. Da che mondo è mondo, il corpo non è perbene per noi occidentali – a meno che non sia quello anoressico e irreale delle fotomodelle. Un ideale igienico in cui scienza e religione si danno la mano fa sì che per noi purezza equivalga, più o meno, all’assenza di fisicità . O al suo fantasma, essendo l’assenza di ogni fisicità – per ora – impossibile perfino nel mondo virtuale. Una delle funzioni essenziali degli scrittori in una cultura è quella di mettere sotto il naso dei lettori le cose che quella cultura preferisce tenere nascoste, inespresse, le cose non perbene, gli aspetti non perbene della vita sociale e individuale. Gli scrittori ci ricordano, ciascuno a suo modo, che siamo complessi e fatti di una materia tutt’altro che pura, che la nostra verità consiste nel ripartire continuamente dalla constatazione delle scorie, delle irriducibili impurità del nostro essere e sentire; ovvero, come dice splendidamente Dorothy Allison in Non dirmi che non sai, uno dei racconti più duri e rivelatori e commoventi di questa raccolta, "Tra noi non c’era niente di pulito, soprattutto l’amore." Negare questa scomoda verità significa costruirsi un’armatura di bugie, usare il linguaggio non più per conoscere e dire, per raggiungere e toccare l’altro, ma per difendersi e giudicare, e lo facciamo tutti quando ci chiudiamo nei luoghi comuni e nei pregiudizi, lo hanno fatto e lo fanno anche le femministe e le lesbiche quando diventano giustiziere delle passioni e delle impurità altrui, come nel racconto La violenza contro le donne comincia in casa. Abbiamo bisogno di verità come quelle che ci racconta Dorothy Allison. Abbiamo bisogno che qualcuno ci ricordi che siamo fatte/i di elementi contraddittori, imperfetti e sì, anche impuri. Che i nostri desideri possono essere belli e brutti, buoni e cattivi allo stesso tempo, e che il lavoro della vita consiste nel vedercela con le nostre ambiguità e contraddizioni, non nel negarle. Prendiamo il cibo, per esempio. Che è quasi un leit-motif di questo libro, e che trionfa al posto d’onore nel racconto Appetito lesbico, quasi una ballata sulla fame e sul desiderio, non l’una metafora dell’altro ma entrambi aspetti dello stesso impulso che viene dal corpo e che tende verso la pienezza e la felicità . Felicità che peraltro si realizza intatta solo nel sogno, perchè nella realtà ciò che piace più far male, come la dieta ricca di amidi e grassi del sud. "Ho sempre fame del cibo che mi dava mia madre", dice l’io narrante, mettendo il dito nel centro esatto della piaga amorosa: perchè il cibo che la madre le dava era, proprio come il suo amore, buono e cattivo allo stesso tempo. Troppo ricco eppure insufficiente. Saporito ma incapace di saziare una parte vitale della sua fame. Nutriente ma non nel modo giusto. Chi di noi non ha sperimentato questa ambivalenza nei rapporti più importanti della sua vita? Nel fondo di sè? Per questo è fondamentale sentirne parlare. Trash è, anche, un’immersione nei sapori del sud, di quella cucina degli stati più poveri degli USA, quanto di più vicino possa esistere, forse, alla tradizione in un paese povero di passato. Per Allison, come per molti scrittori del sud, i sapori della sua terra diventano memoria, nostalgia, evocatori di cultura oltrechè del passato personale. Qui ho ritrovato termini che mi erano familiari, quantomeno dalla lettura di Carson McCullers e di Flannery O’Connor (due scrittrici citate nei racconti, che fungono da punto di riferimento non meno dei piatti tipici), come grits, quella specie di semolino di grano o più spesso di mais che è inevitabile tradurre con polenta, perchè della polenta ha non solo l’aspetto ma soprattutto la funzione, ben nota nelle regioni povere del Norditalia, di riempitivo per pance cronicamente affamate, cibo quintessenziale che sostituisce il pane e spesso anche il companatico. E mi permetto di spendere qualche parola anche sui collard greens, questo mistero gaudioso della cucina del Sud, introvabile se non per vaghissima approssimazione sui dizionari; a cosa paragonarlo: bietole? cime di rapa? puntarelle? o qualche altra verdura verde come ce ne sono tante: umile, erba dell’orto, sapore verde che ti riporta alla terra, ti riporta a casa. Introvabile, oltrechè sul vocabolario, anche nei negozi del resto degli States, paese ricco dove esiste poco di fresco, poco di umile, poco di non addizionato. E, poichè negli States non esiste neppure quell’altro cibo base, per noi consacrato da religioni e metafore, che è il pane – se non nella sua forma più contraffatta e decaduta di pancarrè spugnoso molliccio e biancastro – ecco che le casalinghe del sud rimediano facendo i biscotti di cui tanto si parla in questi racconti, che non sono biscotti da inzuppare nel caffè a colazione ma sostanziose michette di farina, grasso, sale e lievito chimico fatte per raccogliere su le salse e i sughi, pucciare quei famosi gravy a cui torna spesso il ricordo intenerito e voglioso della voce narrante. Gravy e biscotti, polenta e sugo sono come pane e minestra per il bracciante meridionale di verista memoria, come riso e zuppa di lenticchie per il contadino indiano: cibo dei poveri, già in buona parte perduto, scivolato nel folklore di ieri, sostituito dal nuovo cibo globalizzato. Il danno, in questo caso, non è tanto nella perdita di ricette tipiche ma di contatto con la materialità di un passato molto vicino. Come la stessa autrice riconosce, la dieta degli stati del Sud, forse perchè non ha alle spalle la saggezza popolare di secoli, sembra ben lontana dai delicati e decantati equilibri nutritivi di altre cucine popolari. Ma per spiegare come il cibo diventa cultura, esotismo, avventura – tema del racconto Lezioni di fascino – basta chiedere all’autrice, come ho fatto io, cos’è mai il red eye gravy (che in mancanza di miglior ispirazione ho tradotto salsa al caffè ma che letteralmente è salsa con gli occhi rossi). Ecco la ricetta fornita dall’autrice: "ll red eye gravy è molto famoso, e molto romantico, quantomeno per gli yankee e quelli che non sono del sud. Il red eye gravy è una salsa forte e scura che si ottiene versando caffè nero nel grasso che resta in fondo alla pentola dopo la cottura del maiale; a volte si aggiunge anche latte caldo. Di solito si fa dopo aver fatto cuocere un prosciutto, ma l’ho visto fare anche con grasso di pancetta. Io non ne vado pazza, ma a molta gente piace." Antropologia della salsa. Occhio civilizzato sulle usanze native. Giustamente, e rabbiosamente, l’autrice reclama la realtà , l’autenticità di queste usanze, nel momento stesso in cui restituisce loro la loro originaria ambivalenza. Reclama la sua cultura nel bene come nel male, non per giustificarne le mancanze ma per portarla alla parola, farne oggetto di racconto. E in fatto di parole che possono, o non possono, essere trasportate nella nostra lingua, in alcuni casi non ho potuto far altro che lasciare il termine dyke là dove stava, per indicare non già la civilizzata lesbian, la lesbica dotata di coscienza femminista, ma un altro tipo di lesbica, un po’ butch un po’ ribelle, un po’ camionista un po’ istriona alla Elvis Presley. Una lesbica più corpo e meno testa della lesbian, insomma. E nel corpo, ci dice Allison, risiede di solito il sapore autentico del desiderio.
IntrAduzione di Margherita Giacobino all’edizione italiana di TRASH.
|